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Arringheide

Giuseppe Gallo

Arringheide

na vota quandu tutti sti hfjumari...

anno 2018, 608 pagine, ISBN 978-88-8238-066-3
collana: CANTIERI POETICI

Na vota quandu tutti sti hfjumari... “Una volta, quando tutte queste fiumare...” ecco l’inizio del poema, come una favola, dove cielo e terra, formano un unico paesaggio, quello della commedia umana, che è l’eterno panorama della Calabria, nei limiti di una storia indefinita perché sempre uguale a se stessa. Siamo oltre il Settecento. Alle nuove urgenze del mondo borghese e contadino si oppone il mondo baronale che tenta un vigoroso ritorno alle angherie e agli antichi privilegi feudali. Ciò che accade in tutto il Sud si verifica anche nella Contea di Maida. Uno dei suoi casali, però, quello di San Pietro, reagisce. Nasce, così,... na guerra, chiddha dell’Arringa tra Santu Pietru, Majìda e Curinga.
Dalla lotta di popolo emerge un microcosmo di uomini: il Conte Malaspina, Totu lu Rizzu, don Luciu Fabiani, l’abate Mancusu, donna Tresina, tutti con la loro dose di affaticata quotidianità che il poeta raccoglie come testimonianza di vita. Allora “Supra lu Ponte”, “Avanti Grassu” Corda e Campuluongu diventano il teatro di lotte fratricide, di eroismi e comicità. Da questa sarabanda non si salva nessuno, né San Francesco di Paola né San Nicola da Bari, nemmeno la Madonna del Carmine. Qui non c’è frattura tra paradiso e inferno. Qui, ciò che non è storia per la cultura dominante, è storia concreta per uomini di carne. Emblematica la figura di Cheli, il muto,”lu gghjegghju”, “lu scilinguatu” del paese, che attraverso una serie di peripezie riacquista la parola. Metafora plurisecolare del calabrese? Per avere diritti bisogna possedere il linguaggio, ascoltare la propria voce e quella degli altri. “Non tacebo”, era il motto del nostro Tommaso Campanella. Ma chi lo ricorda più? In questo poema finalmente si parla. Soprattutto le donne! Una lingua a volte dura, aspra e tagliente “cuomu li savurri”, il pietrisco; a volte fluida e dolce “cuomu lu cannamele”, il miele. La lingua! Ribadiamo la convinzione di Rohlfs: la “Calabria non costituisce né un’unità etnografica né un’unità linguistica”. Vero! Ma dopo aver perso tutto:
identità storica, paesaggio, agricoltura e popolazione, vogliamo perdere anche la lingua? No! La rinascita delle nostre comunità non può avvenire se non attraverso la riappropriazione del nostro patrimonio linguistico. E la libertà? Benedetta libertà! Forse sarebbe più vicina se capissimo...
“... finarmente”
che solo senza libri
“no ‘mbalimu nente.”

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l'autore

Giuseppe Gallo

Giuseppe Gallo, nato a San Pietro a Maida (CZ) il 28 luglio 1950, diploma di Liceo classico, laurea in Lettere Moderne, è stato docente di Storia e Filosofia nei licei romani. Nel 1983 la sua prima raccolta di poesia, “Di fossato in fossato”, Lo Faro editore. L’impegno civile sul territorio lo spinge a un rapporto sempre più stretto con la poesia dialettale. Negli anni ‘80, collabora con il gruppo di ricerca poetica “Fòsfenesi”, a Roma. Delle varie “Egofonie”, “Metropolis”, dialogo tra la parola e le altre espressioni artistiche, è rappresentata al Teatro “L’orologio”.
Avvicinatosi alla pittura, l’artista si concentra sui volti e gli sguardi, mettendo in luce le piaghe della modernità: consumismo e perdita dello spirito. Negli ultimi lavori ha abolito la rappresentazione naturalistica degli oggetti per approfondire i rapporti tra colore, forma e materiali pittorici.
Nel 2016, con la fotografa Marinaro Manduca Giuseppina, pubblica, “Trasiti ca vi cuntu”, P.S. Edizioni, storia e antropologia del Paese d’origine. Nel 2017 è risultato tra i sei finalisti del “IV Premio Mangiaparole”, sezione poesia, Haiku.
Dal 2006 ha esposto a Roma, Mentana, Monterotondo, Brindisi, Lecce.

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